VITE, LA 6° REPUBLIQUE! di Stefano Santarelli

melanchon

 

I risultati elettorali di ieri nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi hanno evidenziato la crisi mortale della Quinta Repubblica. Lo dimostra proprio il fallimento elettorale dei due tradizionali partiti che negli ultimi quarant’anni hanno governato la Francia: i neogollisti de Les Républicaines e il Partito Socialista che non sono riusciti ad arrivare al ballottaggio. Ma se nel caso de Les Républicaines questa crisi è dovuta principalmente agli scandali legati alla corruzione e al nepotismo che hanno colpito il suo candidato François Fillon e che comunque ha fatto ottenere quasi il 20% dei voti al contrario i risultati del Partito Socialista sono stati un’autentica Waterloo con il 6,3% dei voti.

La sconfitta del suo candidato Benoît Hamon non è dovuta all’insipienza del personaggio ma si è voluto invece punire la politica imperialista e capitalista condotta dal Presidente Hollande il quale per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica non si è neanche candidato per la rielezione, oltretutto va segnalato anche il fatto che la sua presidenza è stata impotente di fronte agli attacchi terroristici condotti dall’Isis nel territorio francese. Bisogna ricordare che nelle ultime elezioni presidenziali del 2012 il PS di Hollande aveva preso il 28,63% dei voti, voti che oggi in buone parte sono andati al neo liberale Macron e alla France Insoumise di Mélanchon. A questo punto si apre per il Partito Socialista una crisi che probabilmente metterà fine alla sua stessa esistenza.

Sia pure a caldo è inutile negare l’evidenza: i risultati elettorali del primo turno rappresentano una pesante sconfitta per la sinistra nonostante il buon risultato de La France insoumise e del suo candidato Jean Luc Mélanchon. E’ da segnalare che le due liste trotskiste (Lutte Ouvrière e l’NPA) insieme hanno quasi preso il 2%, voti che potevano essere utili alla France insoumise per potere sperare di arrivare al ballottaggio. Certamente un bell’esempio di masochismo e di autoreferenzialità e vi è da domandarsi perché si è sciolta la vecchia Ligue Communiste Révolutionnaire che nel 2009 alle elezioni europee era in grado di prendere da sola il 5% dei voti per fare nascere il NPA che aveva ben altre ambizioni e come ho già segnalato in un mio vecchio articolo (La gauche perdu) questo profondo errore di analisi politica mette in discussione lo stesso scopo della nascita di questa formazione. Per la seconda volta nella storia della Quinta Repubblica, dopo la sconfitta del 2002 al primo turno del candidato socialista Lionel Jospin, la sinistra non riesce ad entrare nel ballottaggio per eleggere il Presidente della Repubblica.

Emmanuel Macron si è rivelato il vero vincitore di questo primo turno elettorale e probabilmente sarà il prossimo presidente francese, ma è da segnalare il fatto che la sua lista elettorale ( En marche!) non è un partito e potrebbe essere costretto per le prossime elezioni politiche a fare una lista comune con Les Républicaines per neutralizzare proprio il Front National che si è rivelato il suo vero avversario. Infatti Martine Le Pen si è rilevata una perfetta outsider e sarebbe sbagliato considerare il suo Front National come un partito fascista classico e giustamente Mélanchon non offre nessuna indicazione di voto per il secondo turno tra Macron e la Le Pen: per un vero uomo di sinistra sono due facce della stessa medaglia.

La parola d’ordine per una nuova repubblica francese non più caratterizzata dall’attuale monarchia presidenziale e basata su nuovi diritti sociali, personali ed ecologici che la France insoumise ha portato avanti in questa tornata elettorale è più che mai attuale e dovrà caratterizzare questa lista per le prossime elezioni del 11 e 18 giugno per l’Assemblea Nazionale. La battaglia per la Sesta Repubblica è soltanto agli inizi.

 

 

 

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PERCHE’ DICO CHE STA CROLLANDO LA SECONDA REPUBBLICA? di Aldo Giannuli

 

 

Una serie di sintomi grandi e piccoli indicano come, ormai, il processo di sfaldamento della Seconda Repubblica sia in atto: il disfacimento del Pd, l’atonia del governo Gentiloni, il ritorno degli scandali che “puntano in alto” e che ormai coinvolgono non solo la politica ma anche il giornalismo (e si pensi al penosissimo caso del “Sole 24 ore” le cui azioni ormai valgono carta straccia), ancora una volta i magistrati vengono a far da becchini al sistema e i sondaggi segnalato la caduta rovinosa della fiducia dei cittadini in tutte le istituzioni. La macchina dello stato è in panne con ogni evidenza, e la politica è un motore fuso.

Ma tutto questi, appunto, sono i sintomi, non sono le cause del crollo. Il malessere profondo, lo abbiamo detto, è iniziato anni addietro, dal 2013 che, per la Seconda Repubblica, è stato quello che il 1987 è stato per la Prima. La rovina di un sistema politico non si verifica in un solo momento, ha sempre un processo che inizia molto prima e diventa più veloce alla fine.

Il 2013 ha segnato la rottura dell’equilibrio bipolare con l’irruzione sulla scena del M5s, poi la prima sentenza della Corte Costituzionale che metteva limiti al sistema elettorale maggioritario, quindi l’ondata di processi che sconvolgeva la testa di classifica delle imprese italiane, il conseguente scioglimento del “salotto buono”, eccetera.

Dopo la breve e poco seria parentesi renziana (che ha rallentato, ma assolutamente non bloccato la decadenza del sistema e del paese), le tensioni hanno preso nuovamente ad addensarsi per esplodere il 4 dicembre 2016.

Nessun sistema politico è eterno ed ha una durata più o meno lunga: ma ce ne sono di durata maggiore come l’Italia liberale (che durò dal 1861 al 1922, 51 anni) o la Prima Repubblica (1946-1993, 47 anni) e di breve come il fascismo (1922 al 1943, 21 anni, 23 se includiamo anche l’occupazione nazista), o la Seconda Repubblica (1993 2016, 23 anni più o meno quella del fascismo). Ovviamente la durata dice anche della solidità di un sistema e, se la durata è troppo breve, significa che c’erano fragilità costitutive che non hanno retto alla prova del tempo.


Peraltro, nessun regime crolla senza ragioni, e ciascuno ha le sue patologie finali. Nel caso della Seconda Repubblica siamo di fronte ad un crollo relativamente prematuro e questo rinvia alle ricerche delle cause più o meno prossime.

Circa quelle più vicine, è evidente l’impatto della crisi finanziaria e di quella, parzialmente intrecciata, dell’Unione Europea. Così come la Prima Repubblica non resistette all’impatto della globalizzazione neo liberista, oggi la Seconda non regge alla crisi di quell’ordinamento. La crisi finanziaria si è riversata sull’economia, con la perdita di milioni di posti di lavoro in tutto l’occidente, un abbassamento generalizzato di salari e consumi.

Ormai questo dura da quasi 10 anni e, salvo brevi e poco significativi saltelli che si cerca pietosamente di spacciare per ripresa, non si vede ancora la luce dell’uscita dal tunnel. E’ questa la principale ragione dell’esplosione dei cosiddetti populismi, che poi sono moti di protesta diversi fra loro, ma che puntano tutti ad una rivolta generalizzata anti sistema.

L’Italia ha pagato anche un prezzo più alto di altri e, dunque è abbastanza normale che il suo sistema politico sia squassato dalla tempesta più che altrove.

E questo ci fa capire che c’è un “difetto di progettazione” nella Seconda Repubblica. Essa sorse da una curiosa “emulsione populista liberista” per la quale, ad una retorica fondamentalmente ipo-politica (se non antipolitica) corrispondeva un disegno sostanzialmente elitario oligarchico, attraverso la liquidazione degli istituti della democrazia di massa e l’emergere di partiti-azienda raccolti intorno ad un leader più o meno carismatico. Questa pasticciata mescolanza ha funzionato per qualche tempo, ma, come ogni emulsione, alla fine ha separato “l’acqua dall’olio” e non funziona più.

L’inganno populista, che in qualche modo è stato tentato non solo in Italia, ha finito per ritorcersi contro i suoi stessi artefici, che oggi devono affrontare la rivolta populista che essi stessi hanno suscitato.

Il punto è che, piaccia o no, la democrazia ha messo radici, pur con tutte le sue carenze ed il popolo non rinuncia a dire la sua.

Un personaggio sostanzialmente estraneo alla democrazia come Giorgio Napolitano (come dimostra il suo giovanile stalinismo, il suo appoggio all’invasione sovietica dell’Ungheria, poi la sua lunga adesione alle regole disciplinari del Pci, infine, in età senile, la sua adesione toto corde all’elitarismo neoliberista) può anche pensare che ci siano materie come l’adesione agli organi internazionali da sottrarre alla decisione democratica, perché il popolo non è in grado di capire e che questo è stato l’errore di Cameron. Ma, per fortuna, è una posizione destinata ad infrangersi contro la solidità dei fatti.

Dunque, dissoltosi l’inganno dell’emulsione, è venuto fuori il carattere genuinamente antidemocratico ed oligarchico del neoliberismo, rivelato dall’urto della crisi. E questo sta travolgendo anche la costruzione iper tecnocratica della Ue. E con questa sta venendo meno un altro pilastro dell’ordine neoliberista e, di riflesso, del sistema politico italiano.

Al pettine stanno venendo, uno dietro l’altro, i nodi intrecciati in questo quarto di secolo ed a questo si aggiungono le specifiche ragioni italiane.


Non una delle promesse della Seconda Repubblica ha trovato attuazione: non il bipartitismo, non il governo di legislatura, non un ceto politico più corrispondente alla volontà popolare (anzi…), non la fine della corruzione, non la fine della grande criminalità organizzata, non un ordinamento più moderno e funzionale della pubblica amministrazione, non la riduzione del debito pubblico, non la riqualificazione della spesa pubblica e minore pressione fiscale, non servizi pubblici migliori e ci fermiamo qui. Nessuna delle “riforme” tentate ha prodotto gli esiti promessi e spesso ha comportato pesanti effetti controintuitivi.

Con un bilancio così negativo, c’è da meravigliarsi del come la protesta abbia tardato tanto. Ma adesso siamo al redde rationem.

16 Marzo 2017 

dal sito http://www.aldogiannuli.it/

La vignetta è del Maestro Mauro Biani

 

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LA DONNA CHE VISSE DUE VOLTE di Stefano Santarelli

 
 
 

Forse quello che chiamiamo follia non è altro che logica portato all’estremo”

Boileau-Narcejac

 
 
 

Indiscutibilmente Vertigo, 1958, (La donna che visse due volte) è il capolavoro assoluto di Alfred Hitchcock. Tratto dal romanzo D’entre les morts di Pierre Boileau e Thomas Narcejac la più celebre coppia di scrittori di Noir francesi, autori tra l’altro dei migliori apocrifi sul celebre ladro-gentiluomo Arsène Lupin, questo film testimonia la completa maturità raggiunta dal grande regista inglese.

Hitchcock in verità si era già innamorato di un precedente romanzo di questa coppia di giallisti francesi “Celle qui n’était plus”, ma il regista Henri-Georges Clouzot lo precedette e ne trasse il più celebre Noir francese “I diabolici” interpretato dalla grande Simone Signoret. Leggendo D’entre les morts Hitchcock ne compra subito i diritti spostando la vicenda dalla Francia della Seconda guerra mondiale alla contemporanea San Francisco.

Il titolo originale del film non era altro che la traduzione inglese del romanzo di Boileau-Narcejac “From Among the Dead ” (Tra i morti), ma venne poi trasformato dallo stesso regista in “Vertigo”. A mio avviso il titolo italiano (La donna che visse due volte) è migliore, per una volta tanto, a quello originale.

Rispetto al romanzo, a cui Vertigo è in fondo molto fedele a parte l’ambientazione della storia, la vera differenza risiede nel finale dove il protagonista strangola in un impeto di rabbia la povera Madeleine.


Hitchcock aveva in mente di scegliere come attrice protagonista la giovane Vera Miles, ma il suo stato di gravidanza impedì di utilizzarla, verrà poi però richiamata per una parte minore del suo celebre Psyco. Quindi affida a Kim Novak, una giovane star allora emergente, la parte e questa bellissima ma sicuramente non eccezionale attrice ci offre senza nessun dubbio la migliore interpretazione della sua carriera.

Quando uscì questo film non ottenne il successo sperato né da parte del pubblico né da parte della critica sia per il tema scabroso, sia per la rivelazione a metà del film del fatto che Madeleine e Judy sono la stessa persona e della mancanza inoltre del classico lieto fine caratteristico delle opere cinematografiche dell’epoca. Oltretutto James Stewart, uno degli attori preferiti da Hitchcock, interpretava non il consueto personaggio di buon americano con il quale lo spettatore si identificava facilmente e a cui era abituato, ma quello di uomo profondamente innamorato e contemporaneamente ossessionato da un profondo senso di colpa nei confronti di una donna di cui si credeva responsabile della sua morte.

 

Vertigo si svolge a San Francisco dove un ex detective, Scottie Ferguson (James Stewart), che ha dovuto abbandonare la polizia a causa delle sue vertigini che gli impediscono di svolgere un ruolo attivo viene contattato da un suo ex compagno di scuola, Gavin Elster, che gli da l’incarico di sorvegliare la ricca moglie Madeleine (Kim Novak) la quale crede di essere la reincarnazione della sua bisnonna Carlotta Valdés morta suicida a 26 anni, la stessa età di Madeleine.

Scottie pedina assiduamente Madeleine che si rivela una donna estremamente affascinante, enigmatica e misteriosa la quale si siede per delle ore in un museo di fronte al ritratto della sua bisnonna oltre a rendere omaggio alla sua tomba e quando la vede gettarsi nelle profonde acque del Golden Gate (il celebre ponte di San Francisco) la salva.

Scottie si innamora immediatamente e profondamente di Madeleine la quale gli confida di avere sognato una missione francescana che Scottie individua facilmente nella Missione di San Juan Baptista e ve la conduce. Ma qui Madeleine improvvisamente terrorizzata corre verso il campanile della chiesa mentre Scottie fatica a seguirla colto da una violenta crisi di vertigini e non può quindi impedire alla donna di lanciarsi nel vuoto.

La successiva inchiesta assolve Scottie da qualsiasi responsabilità legale, ma il giudice lo rimprovera aspramente per la sua vigliaccheria ed incapacità professionale.

Scottie cade quindi vittima di un violento complesso di colpa che gli provoca una grave crisi depressiva tanto da dovere essere ricoverato in una clinica psichiatrica. Un anno dopo, incontra casualmente una donna che assomiglia straorinariamente a Madeleine anche se non ha le sue caratteristiche aristocratiche, si chiama Judy ed è una semplice commessa.

Hitchcock rivela subito allo spettatore che Judy è in realtà la vecchia amante di Gavin il quale volendosi liberare dalla vera moglie aveva architettato insieme a lei un finto suicidio gettando nel vuoto la vera Madeleine.

Scottie si accorge casualmente che una collana di Judy apparteneva in realtà alla bisnonna di Madeleine, Carlotta Valdés, e che quindi è caduto vittima di un vergognoso inganno.

Con uno stratagemma conduce Judy alla Missione di San Juan Baptista e salgono insieme sul campanile facendo rivivere la scena della morte di Madeleine. Scottie riesce a vincere quindi il suo terrore del vuoto e costringe Judy a confessare la sua colpa e a proclamare il suo reale amore per lui. E proprio nel momento in cui il film sembra concludersi con il classico happy end hollywoodiano un misteriosa ombra spaventa Judy la quale perde l’equilibrio e precipita dal campanile. Era solo una suora della missione ed anche in questo caso Scottie si è rivelato incapace di intervenire e salvare la donna amata.

 
 

 
 

Già dai titoli di testa lo spettatore si accorge di trovarsi di fronte ad un capolavoro. Emerge subito in un turbinio di colori l’inquadratura della bocca di Kim Novak che si sposta lentamente verso il suo occhio e nel centro della pupilla nasce il tema della spirale che contraddistingue il film: dallo chignon di Madeleine fino alla scala a chiocciola del campanile della Missione di San Juan Baptista. I titoli di testa sono ideati dal designer Saul Bass il quale collaborò con il celebre regista nei successivi due suoi film Intrigo internazionale e Psyco e che rimandano ad un altro celebre film di Hitchcock Io ti salverò dove le scene oniriche vennerò illustrate dal grande pittore Salvator Dalì. Hitchcock trascina quindi subito lo spettatore in un atmosfera da incubo che sintetizza la trama del film: dal tema del doppio fino alla vertigine che colpisce il suo protagonista. Un impatto emotivo che viene ampliato dalla straordinaria musica del suo compositore preferito: Bernard Herrmann.

 

E’ interessante riportare alcuni riflessioni di Hitchcock proprio su questo suo capolavoro:

“La prima inquadratura di un film è importante. Nella maggior parte dei casi, serve a introdurre lo spettatore nell’ambiente. Non so tuttavia se convenga mettere un’inquadratura importante all’inizio, perché spesso al cinema la gente chiacchera ancora alla fine del primo rullo, siede, finisce di sgranocchiare le noccioline. Conviene se possibile, sorprendere lo spettatore. Bisogna lottare a modo nostro contro le chiacchere e contro quelli che impiegano cinque minuti per sedersi. Ecco perché, dopo i titoli di testa, metto a volte inquadrature molto drammatiche. Come in La donna che visse due volte. Però molti buoni film hanni titoli di testa banalissimi. Spesso, finito il film, il pubblico ha dimenticato completamente l’inizio.

In La donna che visse due volte, James Stewart bacia Kim Novak appena prima che muoia, nella scuderia. Di regola si sarebbero dovuti usare primissimi piani. E’ il modo oggettivo di girare la scena: si vede che lui bacia. Non va. E’ fuori moda. Bisogna “sentire” il momento, non vedere la scena. Così ho usato un movimento ruotante. Il sentimento che la cinepresa sembra provare corrisponde al bacio. In tal modo consento allo spettatore di introdursi nella scena, per fare un ménage a tre. Non cambio mai inquadratura in una scena d’amore. Non bisogna che ci siano interruzioni, perché nella realtà non c’è interruzione. Tutto ciò che può fare l’uomo è guardare gli occhi della ragazza. Nel frattempo la sua mano sinistra è occupata altrove. Il piano unico permette di salvare il buon gusto.

Mi servo talvolta del grandangolare, che mi dà una prospettiva molto ampia. La finezza tecnica di La donna che visse due volte che piacque di più fu quella che rendeva così bene la sensazione della vertigine. Sono vent’anni che cerco di rendere quella sensazione sullo schermo. Nessuno ci è mai riuscito. Avevo tentato nel ’39 con Rebecca. Joan Fontaine comincia a svenire, e tutto si sfoca. Non andava bene, non era questo che volevo. Avrei voluto rendere l’impressione che lei provava, come se la stanza in cui si trovava si allontanasse molto lontano, sempre più lontano, come quando si è ubriachi. Quello che sopratutto mi interessa è il cambiamento di prospettiva all’interno del piano. Cominciare dalla visione normale, finire sulla visione anormale. Si è tentato, ma non si è ancora riusciti, perché l’immagine dà l’impressione di muoversi. Non era possibile. Quando si guarda un muro, il muro resta com’é. Non può diventare più grande, o più piccolo. Ecco perché non riuscii.” ( Hitchcock – Il castoro 1995).

 
 

 
 

Il maggiore omaggio a questo capolavoro di Hitchcock viene offerto dal regista italo-americano Brian De Palma con il suo Obsession (Complesso di colpa) – 1976.

De Palma insieme allo sceneggiatore Paul Schrader scrive una bellisima storia totalmente diversa da quella tratta dal romanzo di Boileau-Narcejac anche se nel riprendere il tema del doppio (non a caso doveva intitolarsi Déjà vu) e dell’ossessione e dell’amore tragico del protagonista nei confronti di una donna di cui sente il rimorso per la sua morte si può considerare virtualmente un remake perfettamente riuscito di Vertigo nonostante fosse un film indipendente e a basso costo.

 

La storia di Obsession inizia con il rapimento della moglie e della piccolissima figlia di Michael Courtland (Cliff Robertson), un ricco uomo d’affari di New Orleans. Seguendo il consiglio della polizia Courtland non paga il riscatto consegnando una valigietta piena di pezzi di carta con un rilevatore al suo interno. I rapinatori individuati dalla polizia riescono però a fuggire con gli ostaggi, ma durante l’inseguimento la macchina esplode distruggendo totalmente i corpi della moglie e della bambina.

Courtland non potendo sotterrare i suoi cari fa costruire un monumento che richiama la facciata della chiesa di San Miniato al Monte dove aveva incontrato per la prima volta sua moglie.

Quindici anni dopo quindi ritroviamo Courtland a Firenze che dietro consiglio del suo amico e socio Robert La Salle (John Lithgow) va ad assistere al restauro della chiesa di San Miniato al Monte e qui incontra una giovanissima restauratrice, Sara Portinari (Geneviève Bujold) che è la copia identica della moglie. Courtland si innamora subito della giovanissima Sara e come lo Scottie interpretato da James Stewart anche lui vuole trasformare Sara nella moglie perduta.

Dopo aver portato Sara negli Stati Uniti la sposa subito, ma durante la prima notte di nozze Sara viene rapita con un messaggio dei rapitori identico a quello di quindici anni prima e Courtland decide questa volta di obbedire alle loro richieste. Prende il denaro contante grazie a La Salle che però si intesta tutta la società e come allora Courtland lancia, su ordine dei rapitori, da una barca una valigietta che Sara raccoglie per scoprire che come quindici anni prima questa contiene soltanto carta.

A questo punto del film si apprende che dietro il nome di Sara Portinari si nasconde in realtà la figlia di Courtland che sopravissuta al rapimento organizzato proprio dal suo socio e amico La Salle vuole vendicarsi del padre che allora non l’aveva salvata.

Courtland riesce a smascherare il complotto ed uccide La Salle, ma vuole anche punire Sara la quale si sta dirigendo all’aereoporto per ritornare in Italia.

Ma quando Sara si accorge, dopo aver tentato il suicidio, della venuta di Courtland si alza dalla sedia a rotelle spinta da un inserviente e si getta tra le braccie del padre che solo a questo punto si rende conto della realtà.

 
 

Geneviève Bujold e Cliff Robertson

 
 

Come si vede la trama del film di De Palma apparentemente non ha nulla a che spartire con quella di Vertigo, ma in realtà ne costituisce un vero remake grazie anche all’ipnotica musica di Bernard Herrmann, con la quale ottenne la nomination all’Oscar, e che in alcuni punti riprende proprio il tema di Vertigo.

Il film di De Palma sembra proprio girato da Hitchcock: dall’uso dello zoom alle inquadrature, ma cosa più importante e che Obsession come Vertigo è un apologo sul tema della realtà/apparenza,

infatti nulla è come sembra in questi due film. Sandra non ama Courtland ma al contrario vuole vendicarsi del padre; il migliore amico di Courtland, La Salle, in realtà è il suo peggior nemico.

Abbiamo poi il culto necrofilo che caratterizza i personaggi interpretati da Robertson e da Stewart che innescano il tema della reincarnazione.

Uno degli aspetti più importanti del film di De Palma e un susseguirsi di citazioni che rendono omaggio al cinema di Hitchcock. Dall’effetto del déjà vu quando Sara osserva il ritratto della madre che rimanda non solo alla scena del museo dove Madeleine è in contemplazione del quadro della sua bisnonna, ma anche ad un altro celebre film di Hitchcock dove Joan Fontaine osserva il dipinto di Rebecca e la porta sbarrata che Sara incontra nella casa di Courtland con la scena della chiave rimanda non solo a Rebecca ma all’altrettanto celebre Notorius. Mentre il flashback di Sandra bambina ci riporta invece alla Marnie interpretata da Tippi Hedren, e quando Courtland uccide con un paio di forbici il suo socio responsabile della morte della moglie e del rapimento della figlia questo è un chiaro omaggio ad un’altro capolavoro di Hitchcock: Delitto perfetto.

Obsession non è soltanto un omaggio perfettamente riuscito a Hitchcock, ma costituisce uno dei migliori film del regista italo-americano e questo anche grazie alla scelta degli attori.

Cliff Robertson infatti era un attore tipicamente americano con uno stile tradizionale paragonabile a Cary Grant o a James Stewart. Ma la scelta sicuramente vincente fu quella di scritturare la giovanissima attrice franco-canadese Genèvieve Bujold che riuscì perfettamente a recitare sia nei ruoli della madre che della figlia. E nel finale del film De Palma con una scelta coraggiosa fa interpretare alla Bujold la parte della bambina quando rivive con un flashback il primo rapimento proprio sfruttando l’aria infantile dell’attrice e con una ripresa geniale sposta verso l’alto la cinepresa zoomando poi su di lei alterandone così la prospettiva e dando l’impressione che il suo corpo da adulta si trasformi in un corpo da bambina.

 
 

 
 

Il film di De Palma tocca in modo molto lieve il delicato tema dell’incesto durante la prima notte di nozze facendolo sembrare solo un sogno di Cortland, ma nonostante questo il film ebbe tutta una serie di problemi durante le proiezioni.

 Ma come ci ricorda Hitchcock in fondo il tema centrale di Vertigo, come poi anche di Obsession, è la storia di una ossessione amorosa che vuole sconfiggere la morte: “per dirlo in modo semplice, quest’uomo vuole andare a letto con una morta, è pura necrofilia”.
 
 

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LA RIFORMA COSTITUZIONALE: UN ATTO DI DELINQUENZA POLITICA. ECCO PERCHE’. di Aldo Gianulli

Del contenuto di questa infelice riforma costituzionale si è detto abbondantemente e non stiamo qui a ripeterci sull’aborto di Senato, sul combinato disposto con la legge elettorale maggioritaria, sul prevaricazione governativa sul potere legislativo, sul carattere puramente propagandistico delle misure in materia di iniziativa popolare o sui tagli ai costi della politica eccetera. Di questo si è detto sin troppo, mentre troppo poco si è detto su un’altra ben più grave cosa: il modo con cui questa riforma si è formata.

Ricordiamo che:

a- essa non faceva parte del programma della coalizione Pd-Sel nelle elezioni politiche scorse

b- essa non è stata deliberata neppure nel congresso del partito nel tardo 2013

c- è stata irritualmente proposta dal Presidente della Repubblica che, poco attento al giuramento di fedeltà alla Costituzione vigente, se ne è fatto principale promotore del mutamento ed arbitro non imparzialissimo della contesa che si apriva.

Già questi punti gettano una luce non favorevolissima sull’accaduto, ma il peggio è altro: ad operare questa riforma è stato chiamato un Parlamento eletto con una legge gravemente distorsiva della volontà popolare e dichiarata per questo incostituzionale. Formalmente, per il principio della conservazione degli atti, il Parlamento restava in carica nella pienezza dei suoi poteri. Ma sotto il profilo della legittimazione politica, è palese che questo fosse un Parlamento non legittimato ad assumere decisioni in materie delicate come la legge elettorale o la riforma della Costituzione e, se si può capire per quel che riguarda la legge elettorale (ammesso che non fosse preferibile votare con la legge elettorale residuata dall’intervento della Corte e lasciar decidere al Parlamento successivo il da farsi) è assolutamente inammissibile, sul piano della correttezza politica, che un Parlamento del genere metta mano alla Carta Costituzionale.

E la riforma è partita subito male, escludendo pregiudizialmente diverse forze politiche (M5s, Lega, Sel, Fratelli d’Italia) che rappresentavano oltre il 40% dell’elettorato. Si ricorderà, infatti, che, dopo un infelice ed inconsueto “comitato di Saggi”, (erede di un analogo comitato della precedente legislatura), la “riforma” è partita con il “patto del Nazareno che associava Pd e Fi, con il codazzo delle liste di centro. Tuttavia, nel percorso, Fi si sottraeva, pagando il prezzo di ripetute scissioni. Ad un certo punto il Pd si è trovato praticamente solo (salvo il solito corteo caudatario dei partitini di servizio).

Dunque, la riforma è stata approvata con i voti del Pd e di qualche manciata di transfughi di Fi, organizzati in forze politiche prive di riscontro elettorale. Insomma, una costituzione di partito in cui manca totalmente (dicesi totalmente) l’elemento pattizio che è proprio delle costituzioni democratiche e repubblicane. Una Costituzione imposta con una aperta prevaricazione. In termini non formali (e ci sarebbe da ridire sul come Grasso e Boldrini hanno diretto il dibattito in aula e regolato il voto) può definirsi a pieno titolo come un atto di delinquenza politica.

Il Pd ha condotto a freddo una aggressione contro tutte le altre forze politiche del paese che gentilmente oggi appella marmaglia, a conferma della sua ormai confessata estraneità allo spirito della democrazia pluralistica.

Questo atto delinquenziale, peraltro, costituisce un precedente gravissimo per il quale, chiunque si trovi nelle condizioni attuali del Pd (e l’Italicum andava esattamente nella direzione di perpetuare questa condizione di prepotere) potrà fare della Costituzione quel che gli pare, magari dicendo che “è da sessanta anni che si aspetta questa riforma”. La riforma costituzionale di partito di fatto azzera la nozione di “patria costituzionale”, terreno di condivisione, per trasformare la Costituzione in campo di battaglia.

Decisamente il Pd appartiene ad una cultura politica diversa da quella dei costituenti e di qualsivoglia pensiero democratico, per inserirsi in un solco in cui troviamo piuttosto Pelloux, Salandra, Federzoni, Acerbo eccetera.

 Un partito antisistema al vertice delle istituzioni? Forse Gramsci parlerebbe di “sovversivismo delle classi dirigenti” ma torneremo sul tema.

24 Novembre 2016 


dal sito http://www.aldogiannuli.it/

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FIDEL CASTRO: UN BILANCIO di Antonio Moscato

 

 

Fidel Castro l’uomo che ha retto per oltre sessant’anni sulla scena mondiale vedendo succedersi undici dei presidenti degli Stati Uniti, che avevano promesso di cancellare la rivoluzione cubana, ha chiuso la sua lunga e straordinaria vita, meno di un mese dopo la vittoria di Donad Trump, che ha sconfitto non solo Hillary Clinton che il suo mentore Barack Obama, che aveva dovuto ammettere l’inutilità dell’embargo ma non aveva voluto o saputo eliminarlo.

Fidel Castro è stato venerato sinceramente dalla maggioranza dei cubani, ma anche considerato da altri responsabile di tutti i problemi dell’isola, anche di quelli ricevuti in eredità dalla dominazione spagnola, dal neocolonialismo statunitense, dall’influenza dell’URSS. In ogni caso è stato indubbiamente un grande trascinatore. Guevara, anche nel momento in cui stava lasciando Cuba, aveva ribadito la sua grande ammirazione per lui, rispetto al quale si era collocato sempre in una posizione di discepolo. Eppure la sua cultura politica ed economica era molto più rigorosa e sistematica di quella di Fidel.

Anche nei decenni successivi alla morte di Guevara su diverse questioni di fondo Castro ha dimostrato comunque capacità notevoli, che hanno permesso di superare scogli pericolosi. Ha ad esempio mantenuto una relativa ma sostanziale autonomia dall’URSS perfino negli anni in cui ai critici ostili e prevenuti sembrava diventato un vero e proprio fantoccio di Mosca. In realtà per un lungo periodo Castro è stato sottoposto a una fortissima pressione esterna (con la frequente minaccia sovietica di una riduzione delle forniture indispensabili per aggirare il bloqueo) ma anche interna allo stesso partito cubano, in cui – soprattutto dopo il catastrofico fallimento della grande zafra del 1970 – fu costretto ad accettare un notevole ridimensionamento del suo ruolo, che continuava ad essere esaltato formalmente, ma era condizionato dall’obbligo di una preventiva approvazione “collegiale” dei suoi discorsi.


Nonostante questi condizionamenti, Fidel Castro fu capace di staccarsi dall’URSS tre o quattro anni prima del suo crollo, sia sul piano ideologico con la campagna di rectificación de errores, che si contrapponeva polemicamente alla perestrojka, sia preparandosi ad affrontare quello che fu definito il “periodo speciale in tempo di pace”, accumulando scorte di combustibile e studiando varie forme di risparmio energetico per sopravvivere all’eventualità di quel taglio quasi totale delle forniture di petrolio e di altri prodotti strategici da parte dell’URSS e dei paesi del Comecon che effettivamente vi fu, in forma particolarmente acuta tra il 1989 e il 1994.

Riuscì così a salvare il suo paese, nonostante l’embargo statunitense si fosse aggravato proprio dopo il crollo dell’URSS (cosa che dimostrava quanto fosse stato falso il pretesto addotto dagli USA per giustificare il blocco). Basta pensare comunque alla sorte penosa della maggior parte dei partiti comunisti filosovietici, compreso quello italiano, dopo il tracollo dell’URSS, per capire l’importanza della capacità di resistenza della piccola Cuba.

Il sostanziale consenso di cui Fidel Castro ha goduto e continua a godere a Cuba anche dopo aver lasciato per malattia le leve di comando, appare comunque incomprensibile a chi dimentica che per i cubani egli è stato prima di tutto un eroe dell’indipendenza nazionale, capace di sfidare prima gli Stati Uniti, poi l’URSS in diverse occasioni, dalla crisi dei missili ai due casi Escalante, dalle numerose polemiche sulle dubbie relazioni sovietiche con dittature latinoamericane, fino al tempestivo sganciamento finale.

E la sfida agli Stati Uniti non è stata una questione da poco: contrariamente alla versione di Washington, l’ostilità statunitense cominciò non solo prima di qualsiasi contatto di Castro e Guevara con l’URSS ma anche quando nessuna proprietà USA era stata ancora toccata. Molti celebri giornalisti italiani continuano a ripetere la leggenda di una rivoluzione pilotata dall’URSS, dimenticando che perfino i rapporti diplomatici tra Mosca e l’Avana furono ristabiliti solo nel maggio 1960, un anno e mezzo dopo la vittoria dei barbudos, e che a maggior ragione non c’era stato fino a quel momento nessuno scambio economico.

Anche la sfida a Batista non era stata cosa da poco. Anche se l’assalto alla Caserma Moncada era stato mal preparato, agli occhi di varie generazioni di cubani quell’impresa era apparsa un gesto di coraggio non comune, e gli errori dei giovani rivoluzionari erano passati in secondo piano di fronte al loro coraggio nello sfidare un dittatore sanguinario, che per giunta consolidò subito la sua fama facendo uccidere atrocemente quasi tutti gli insorti caduti nelle sue mani.

La tenacia nel trasformare una sconfitta militare in successo politico, preannunciando orgogliosamente nuovi tentativi di abbattere il tiranno, fin dalla famosa autodifesa in Tribunale più volte ripubblicata col titolo La storia mi assolverà, creò la premessa per una popolarità nazionale che permise a Fidel di non soccombere a un’altra impresa ugualmente mal preparata, la spedizione del Granma, caratterizzata da una notevole improvvisazione, che aveva fatto rischiare una catastrofe definitiva. La popolarità di quel giovane avvocato che aveva osato sfidare Batista gli aveva assicurato subito una rete di protezione da parte dei primi contadini incontrati sulle pendici della Sierra Maestra. Così poco più di una dozzina di sopravvissuti avevano continuato senza esitare in un’impresa che sembrava impossibile contro un esercito di 50.000 soldati, riforniti costantemente dalla base USA di Guantanamo. È questo il grande merito di Fidel riconosciuto da Guevara, e ancor oggi da molte generazioni di cubani: il rifiuto di ogni rassegnazione all’ineluttabilità dell’esistente, la capacità di lottare controcorrente per creare le condizioni che ancora non sono mature.

Quello sbarco quasi catastrofico si era presto rivelato una forzatura necessaria: aveva suscitato entusiasmo nelle città, disorientamento nelle forze batistiane, che avevano inizialmente dati per morti Fidel Castro e “il medico comunista Ernesto Guevara”. I primi sopravvissuti erano riusciti a superare la prima fase difficilissima perché, se la preparazione tecnica e militare era del tutto inadeguata, quella politica si basava su un’analisi corretta delle contraddizioni del paese e su un minimo di organizzazione precedente della popolazione della zona. Non si chiamava “partito”, ma il movimento 26 luglio (che aveva preso il nome dalla data dell’assalto al Moncada) ne svolgeva di fatto le funzioni nella “pianura” e a Santiago. Per questo i guerriglieri hanno potuto reggere ad attacchi condotti da forze militari enormemente superiori, dotate di aerei e mezzi corazzati.

Quando Fidel arriverà all’Avana, una settimana dopo Guevara e Camilo Cienfuegos, una colomba bianca si poserà sulla sua spalla: una conferma che gli dei del panteon afrocubano lo proteggevano. Popolarmente verrà chiamato Caballo: simbolo di forza e sinonimo di numero 1 nella cabala.

* * *

Fidel Castro era nato il 13 agosto del 1926 a Birán, nella provincia cubana di Oriente. Il padre, immigrato dalla Spagna, era diventato abbastanza benestante (aveva circa diecimila ettari), pur rimanendo a lungo analfabeta e sempre un po’ “padre padrone”. L’ambiente di formazione iniziale, a contatto con la natura, era durato molto poco, perché la madre aveva incoraggiato il suo trasferimento nel capoluogo della provincia, Santiago, per studiare dapprima privatamente e poi in un collegio salesiano. Più volte richiamato per indisciplina, aveva poi ottenuto nel 1939 l’iscrizione a un istituto tenuto dai gesuiti a Santiago, per passare nel 1942 al prestigioso collegio Belén, sempre dei gesuiti, all’Avana.

I biografi concordano nel segnalare che già in quegli anni eccelle in diversi sport, e si fa notare anche per i risultati nello studio. Quando Fidel arriva all’Università, dove si iscrive a Giurisprudenza, emerge come dirigente studentesco. Ma guarda anche fuori dell’isola. Nel 1948 si era trovato a Bogotà per un convegno studentesco internazionale che non si poté tenere perché esplose una violentissima protesta popolare, con migliaia di morti, in risposta all’uccisione del leader della sinistra colombiana Jorge Eliecer Gaitán. Fidel fu descritto su vari giornali colombiani e cubani come il vero organizzatore del “Bogotazo”, che era stata invece un’insurrezione assolutamente spontanea, in risposta a un crimine che avviò la lunga stagione della violencia in Colombia. In ogni caso, quell’episodio gli diede una notevole popolarità nell’università, e una spinta ulteriore a un impegno politico.

Fidel Castro tendeva sempre a retrodatare la sua formazione marxista e il suo orientamento comunista, ma non a caso, quando aveva deciso di entrare in politica nel 1947, aveva scelto di iscriversi a una formazione nazionalista vagamente di sinistra, il partito rivoluzionario “ortodosso”, guidato da Eddy Chibás, in cui si era fatto rapidamente strada. Nel 1951 Chibás, che era considerato sicuro vincitore delle elezioni presidenziali dell’anno successivo, si era suicidato in diretta durante una trasmissione radiofonica, per non essere riuscito a fornire prove indiscutibili della corruzione di un ministro, di cui era certo, senza poter però rivelare le sue fonti. Fidel Castro non era il numero due di Chibás, ma certo potè beneficiare dei riflessi di una popolarità grandissima del suicida. Comunque le elezioni non si tennero, per il colpo di Stato di Batista, e Fidel assunse il ruolo di continuatore di Chibás, che aveva come simbolo elettorale una scopa, e denunciò il dittatore alla corte suprema, chiedendo che lo condannasse a un secolo di reclusione. Naturalmente la corte rispose che non era suo compito, e Castro decise di far cadere Batista con una insurrezione popolare. Fu allora che Castro cominciò a pensare a preparla con un gesto clamoroso, come l’assalto al Cuartel Moncada. Intanto, subito dopo la laurea, aveva cominciato a presentarsi come una specie di “avvocato dei poveri”.

Nelle sue ricostruzioni recenti degli anni universitari e dei due anni che intercorrono tra la laurea e la clamorosa entrata in politica con la sfida al colpo di Stato di Batista, Fidel ha sempre insistito nel presentarsi già allora come “marxista-leninista”, e nell’amplificare la portata dei suoi studi marxisti. Ma in tutti i suoi scritti di quegli anni, anche a non credere alle sue frequenti proclamazioni di “non comunismo” ribadite durante la guerriglia e poi per almeno un anno dopo la vittoria, e che potrebbero essere state “tattiche” come lui sostiene (cioè fatte “per non spaventare i cubani”…), non ci sono molte tracce di un linguaggio e di un programma marxista. Ma evidentemente sapeva però ascoltare e interpretare i sentimenti e le aspirazioni delle masse.

Il problema maggiore di Fidel era l’economia: il volontarismo che era servito a tentare l’impossibile sfidando Batista, non funzionava altrettanto per organizzare Cuba. Bastano alcuni esempi: la cosiddetta “offensiva rivoluzionaria” del 1968, e soprattutto le ripetute chiusure dei mercati contadini per ragioni ideologiche. Per anni le vendite clandestine (non percepite dalla popolazione come un crimine) hanno consolidato la loro linea sotterranea di distribuzione, e il risultato peggiore è stato che, vietando tutto, è stato permesso o tollerato tutto. Le vendite dirette di prodotti da parte dei piccoli contadini sono state in sostanza messe sullo stesso piano di illegalità delle ben più gravi sottrazioni di prodotti statali venduti di contrabbando da lavoratori e soprattutto direttori di negozi e imprese (analoghi a quelli che hanno caratterizzato l’Unione sovietica e i paesi affini negli ultimi decenni della loro esistenza).

Forte di un appoggio popolare indiscusso, Fidel Castro ha concentrato nelle sue mani un potere immenso, ma dopo la morte del Che e della sua compagna Celia Sánchez, lo ha gestito in solitudine. Ha “allevato” giovani collaboratori, ma li ha sostituiti bruscamente appena li ha visti troppo autonomi: Carlos Aldana, Roberto Robaina, Felipe Pérez Roque, Carlos Lage Dávila, José Luis Rodríguez García e tanti altri ministri. D’altra parte aveva la convinzione di doversi occupare personalmente di tutto, dal colore dei taxi dell’Avana alla costruzione di infrastrutture per il turismo.

La visita del papa Giovanni Paolo II ha rappresentato un trionfo su chi aspettava il crollo di Cuba, ma a lunga scadenza la Chiesa ha ottenuto di più, e si è visto quando è arrivato Benedetto XVI, che ha trovato un terreno più fertile, e si è mosso con arroganza. Il nuovo presidente, Raúl, è più debole e ha bisogno del sostegno della gerarchia cattolica: deve pagare quindi un prezzo maggiore, accettando che essa svolga un ruolo di opposizione di fatto, moderata ma autonoma. Con Francesco è apparso più chiaro il ruolo aperto di mediazione della Chiesa, ormai rafforzata, nelle trattative tra il governo cubano e l’amministrazione degli Stati Uniti.

Papa Benedetto XVI e Francesco hanno reso comunque omaggio a Fidel, che ormai dopo la malattia era solo un privato cittadino, anche se circondato da un grande amore popolare. D’altra parte in ogni occasione di visite di lavoro a Cuba, non mancavano di visitare Fidel tutti i leader latinoamericani, non solo i “radicali” Chávez o Morales, ma anche i moderati Lula o Kirchner.

Negli ultimi anni Fidel Castro, appena rimessosi dalla fase più acuta del suo male, ha ripreso a scrivere le sue “Riflessioni”, a volte brevi come un epigramma, a volte lunghe come un saggio, spesso discutibili. Ma nessuno aveva osato limitare la sua libertà di comunicare ai cubani il suo pensiero, tanto grande era l’eco del suo grande prestigio storico, e la differenza tra il suo carisma e quello dello scialbo successore.

Di fronte alla minaccia rappresentata dall’elezione di Trump, Raúl Castro ha annunciato grandi manovre militari. Tuttavia, nonostante il relativo isolamento per i bruschi cambi di governo in Argentina e Brasile e le difficoltà di quello del Venezuela, la difesa dell’isola sarà più facile se ritroverà le caratteristiche originali che avevano permesso il trionfo della rivoluzione, e l’avevano trasformata per molti anni in un punto di riferimento non solo nel continente americano, mentre l’imperialismo statunitense aveva dovuto rinunciare ai tentativi di aperta riconquista. E sarà più facile farlo richiamandosi al ruolo che nel primo decennio dopo la vittoria ebbero, insieme, Fidel Castro e Che Guevara.

 

dal sito  Movimento Operaio

 

 

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QUATTRO IPOCRISIE DA SFATARE SUI FATTI DI GORINO di Girolamo De Michel

Diamo il giusto peso a cose e parole. Si trattava di dare alloggio (cinque stanze su trenta di un ostello) per quattro mesi – cioè per l’inverno, quando l’attività turistica è inesistente – a dodici donne, una delle quali incinta. Di tutte le parole dette per giustificare l’ostilità della comunità di Gorino, le più disumane, e perciò più rappresentative, sono state: “Queste donne avranno pure degli uomini. E noi donne di Gorino siamo per molte ore sole in casa, perché i nostri uomini fanno i pescatori”.

Tradotto: non è possibile che siano donne dotate di capacità di discernimento perché sono cose, di proprietà di migranti maschi, quindi stupratori. In realtà gli uomini di queste donne fuggite dalla Sierra Leone e dalla Nigeria sono detenuti e torturati nelle carceri, oppure ormai cadaveri sulla strada della fuga nel deserto. Ma tant’è: ai presidianti è bastato far balenare questo argomento, accanto all’altro, quello dell’esproprio delle seconde case, cioè della minaccia alla roba, agli sghei – si sente la cadenza gretta nella parlata di questi valligiani che antepongono la roba alla vita umana. E allora la prima ipocrisia da rimuovere è quella del “non siamo razzisti (ma…)”: razzismo e fascismo non sono etichette vuote, ma conseguenze di comportamenti concreti, e quello che è successo a Gorino è razzismo e fascismo.

Seconda ipocrisia da sfatare: il mito dell’Emilia-Romagna accogliente e solidale. Accoglienza e solidarietà sono state, nel passato, non generiche opere di beneficenza, ma comportamenti radicati nelle classi sociali sfruttate. Come lo fu l’accoglienza di migliaia di figli di contadini pugliesi in fuga dalla miseria da parte dei contadini delle cooperative nelle campagne del secondo dopoguerra: solidarietà tra sfruttati, per la quale si poteva dividere il pane. Inutile, allora, cercare solidarietà negli animi pervasi dall’individualismo proprietario: come quando c’è la piena del Po, e ogni paese preserva le sue golene scaricando l’acqua sul paese successivo, così i migranti, per carità vanno aiutati – ma non qui, nei paesi accanto (che, per inciso, hanno accolto le dodici migranti).

Responsabilità precise

Così come è inutile rievocare la memoria delle passate miserie, quando da questi paesi della bassa ferrarese i miserabili migravano verso il Veneto o verso Ferrara, occupando tuguri abbandonati, anfratti nelle mura rinascimentali, edifici in rovina come quella caserma occupata dagli sfollati di cui parla Bassani all’inizio del Giardino dei Finzi Contini. A uscire dalla condizione di miserabile, a volte, qualcosa si perde: per esempio, quell’umanità che in altre esperienze di accoglienza si mostra ancora.

Terza ipocrisia: la spontaneità della rivolta razzista. Sarà pure stata spontanea, la scintilla: ma la prateria era già stata innaffiata, con responsabilità precise. A partire da forze politiche – la Lega in primo luogo, ma non solo – che da tre anni creano e cavalcano ogni sorta di “emergenza”, dai nomadi ai migranti.

Ma anche alcuni organi d’informazione, che nei mesi scorsi non si sono fatti scrupolo di pubblicare senza alcuna verifica notizie utili (a voler essere buoni) a vendere qualche copia in più – fotografie vecchie di quattro anni accreditate come odierne, per dirne una – che hanno contribuito a infiammare il clima. A cui vanno aggiunte le pagine social, dalle quali ieri si soffiava sulla Vandea gorinese con bufale a effetto sulla minaccia di invasione – “Non solo 12 donne, ma anche 50, 60 uomini…” – e ancor prima si inneggiava all’affondamento dei barconi in mare, o si definiva la marina militare “scafismo di stato”.

“La comprensione delle cause del rancore delle piccole comunità non può trasformarsi in un alibi per una loro assoluzione”

Ciò che inquieta è lo scivolare dei mezzi d’informazione nel gorgo del sottobosco pulp. Le tecniche e le dinamiche di questo scivolamento sono state oggetto di studi importanti – Morti di fama di Loredana Lipperini e Giovanni Arduino, Tabloid inferno di Selene Pascarella, L’odio online di Giovanni Ziccardi – che, nel descrivere le narrazioni tossiche che circolano nella rete o nel sottobosco giornalistico, spiegano di fatto come sia la narrazione a costruire realtà che a loro volta richiedono narrazioni orientate alla ricerca del “nemico”.

E allora sfatiamo l’ipocrisia del “non ci sono, non possono essere due Italie” e quella del “comprendere le ragioni”. Le due Italie esistono, e costringono a prendere posizione, piaccia o meno.

Esistono, certo, ragioni profonde per spiegare il rancore delle piccole comunità periferiche, che si percepiscono escluse, se non vittime, dai processi globali che sembrano scavalcarle: su questo ha scritto cose tutt’ora attuali Aldo Bonomi nel suo  Il rancore del 2008, riprese di recente in La società circolare.

Ma la comprensione delle cause di lungo periodo non può trasformarsi in un alibi sociologizzante per tradurre la comprensione in assoluzione. Perfino Benedetto Croce – ci mise del tempo, ma alla fine lo capì – fu capace di dire che per quanto il fascismo fosse un prodotto della storia ciò non comportava la sua accettazione morale e politica.

Una chiara distinzione

Di fronte a parole e pratiche che non hanno niente di umano, non ci può essere alcuna condivisione, ma solo una chiara e franca contrapposizione. Così come non può esserci alcuna compromissione con le ipotesi di chi, novello Filippo Corridoni, si illude di poter organizzare le comunità del rancore, i “nuovi barbari”, le opposizioni distruttive.

In verità, Gorino mostra tutta intera la faccia di quel livore comune alla middle class rurale britannica e al ceto sociale che negli Stati Uniti sostiene Trump. Gli abitanti di Gorino hanno paura dei migranti, o meglio della loro ombra (ma non della propria ignoranza) perché vivono in luoghi dove i migranti non ci sono, e difendono con ferocia la loro pervicace intenzione di rimanere immobili in un mondo attraversato da mutazioni irreversibili che si sono messe in moto un quarto di secolo fa, e che richiederanno processi risolutivi di altrettanto lungo periodo e non i palliativi con i quali il ceto politico italiano fa quello che rimprovera all’Europa, cercando di inserire un processo epocale in una precaria provvisorietà, come se fosse un fenomeno passeggero.

Provvisorietà che, beninteso, viene buona per creare forza lavoro da sfruttare in modo disumano, mantenendola al tempo stesso incollata a quel pavimento appiccicoso che impedisce alla forza lavoro migrante di sollevarsi all’altezza del lavoratore indigeno.

I fatti di Gorino ci costringono a tracciare una chiara distinzione tra due campi, a riconoscere la necessità di un conflitto di lungo periodo non solo politico ma soprattutto etico contro chi, agitando le bandiere e i randelli dell’intolleranza, contribuisce a mantenere tale e quale quel mondo di cui crede di contestare le dinamiche, e dunque contribuisce ad accrescerne l’ingiustizia.

Non è un malcompreso “buonismo”. Fare dell’indignazione un’arma di civiltà, dunque un’arma politica, è l’unica risposta possibile e praticabile.

28 Ottobre 2016 

La vignetta è del Maestro Mauro Biani 


dal sito  Internazionale

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IRRESPONSABILI GIOCHI DI GUERRA di Antonio Moscato

 

La “rivelazione” del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg sulla partecipazione italiana alla irresponsabile provocazione delle esercitazioni ai confini della Russia non rivelava niente di nuovo, tanto è vero che ne parlava dettagliatamente il numero di settembre di LIMES che era già in edicola (Russia-America, la pace impossibile, 9/2016). Ma in Italia se ne è parlato si e no per un giorno o due, dopo l’intervista di Stoltenberg. I mass media sono già arruolati per creare un clima prebellico, e gran parte dei commentatori si fingono presi dall’indignazione a senso unico, che presenta la Russia come espansionista ed aggressiva.

Anche la notizia (probabilmente non più seria delle boccettine esibite da Colin Powell per “provare” l’esistenza di armi di distruzioni di massa nelle mani di Saddam Hussein) di un attacco di “hacker russi” alla rete informatica del governo statunitense, era vecchia (anch’essa dettagliatamente analizzata da uno scettico articolo dello stesso numero di LIMES) ma è stata accolta non come volgare e rituale propaganda di guerra, ma come vera, e presentata quindi come una irresponsabile provocazione russa da punire adeguatamente. Senza domandarsi ovviamente come è possibile accettare che chi si dice vittima di un attacco sia esentato dal fornire a un organismo sovranazionale indipendente le prove della provenienza e dell’esistenza stessa dell’aggressione. La presunta vittima assume il ruolo di giustiziere, è la legge del Far West proiettata su tutto il mondo. Solo nel 2016, gli Stati Uniti hanno “punito” con i bombardamenti ben sette paesi, naturalmente senza chiamarla guerra

Può permetterselo solo il governo di Washington, sempre pronto ad avallare le versioni inverosimili dei suoi dubbi amici come il regno barbarico dell’Arabia Saudita, che attribuisce a “terroristi sciiti” ogni protesta di qualunque colore nei paesi vicini, dal Bahrein allo Yemen, intervenendovi impunemente e magari ottenendo qualche partecipazione diretta della superpotenza mondiale ai bombardamenti, oltre a continue forniture di armamenti a credito forniti non solo dagli USA ma anche da diversi paesi complici o vassalli, tra cui l’Italia).

Ma se l’atteggiamento del nostro governo (non diverso in questo da tutti quelli che l’hanno preceduto almeno nell’ultimo quarto di secolo di ripresa delle imprese interventiste più o meno velleitarie) non ci stupisce minimamente, dato che non è una novità la sua risposta a qualsiasi interpellanza parlamentare facendosi scudo con l’ambiguità (non casuale) del famoso articolo 11 della costituzione. Un esempio tipico la risposta del ministro della Difesa Roberta Pinotti a chi le chiedeva conto delle forniture di armi letali proprio all’Arabia Saudita: ha asserito che l’invio di bombe a Riyadh è legittimo, perché tali operazioni sono “regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Anche la formula della legge n. 185 del 9 luglio 1990 che vieta l’esportazione di armamenti verso i paesi in stato di conflitto armato è svuotata dalla clausola “fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia” o “le diverse deliberazioni del Consiglio dei ministri, da adottare previo parere delle camere”. Anche la norma che escluderebbe “Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” è del tutto platonica. Qualunque capo di un governo aggressore (Hitler compreso) ha sempre dichiarato che non si trattava di guerra, ma di difesa di una pace più solida.

* * *

Quello che mi indigna è l’indifferenza di parte della sinistra residuale di fronte a questo aggravamento della situazione internazionale che rischia di trascinarci in conflitti ben più gravi dei non pochi già esistenti. Sembra che il compito della sinistra oggi sia esclusivamente quello di ripetere (rovesciati) i ragionamenti di Renzi sul referendum, come se la pur auspicabile e necessaria sconfitta del SI garantisca non solo il ritorno alla situazione precedente, che ben pochi rimpiangono, ma l’inizio di un’epoca di “magnifiche sorti e progressive”, che dovrebbero essere assicurate, chissà perché, da una costituzione che in molti decenni di esistenza è stata almeno in parte applicata solo quando dalle fabbriche, dalle scuole, dalle strade, dal basso insomma, cresceva quel movimento di contestazione radicale che in pochi anni ha permesso conquiste prima impensabili e che comunque erano state respinte prima che entrassero in scena le masse (si pensi allo Statuto dei lavoratori).

Eppure oggi ci sarebbero non poche occasioni per rispondere su altri piani alle menzogne del governo, che ad esempio annuncia aumenti della spesa per la sanità, che non compensano neanche una piccola parte dei tagli effettuati. Ad esempio si spaccia per aumento di 3.000 medici e 4.000 infermieri la regolarizzazione di una piccola parte dei precari, mentre in questi ultimi anni i tagli al personale ospedaliero hanno fatto perdere molte decine di migliaia di medici e infermieri, a volte malamente sostituiti da ragazze e ragazzi arruolati nelle scuole e messi senza preparazione adeguata a fare “tirocinio” nelle corsie, cioè a riempire buchi spacciando l’operazione come l’integrazione scuola-lavoro prevista dalla “buona scuola”.

Il malcontento di chi verifica di persona lo sfacelo (voluto) del sistema della sanità pubblico, è grande, e a volte innesca proteste, talvolta ipocritamente utilizzate dalla destra che pure aveva iniziato l’attacco con i governi Berlusconi, ma che può farlo impunemente perché non ha concorrenti: quale altra forza politica anche piccola fa di questi temi un cavallo di battaglia, collegandolo per giunta – come sarebbe necessario – all’assurdità delle enormi spese militari? Eppure impegnarsi su questo terreno, come anche nella lotta ai nuovi infami sistemi di sfruttamento dei precari nella logistica, che vedono le prime reazioni dopo anni di rassegnazione, potrebbe mettere davvero alle corde non solo Renzi, ma tutti i difensori dell’esistente. Solo se si riesce a coinvolgere i cittadini, i lavoratori, i pensionati nella difesa dei loro interessi, infatti, si può spiegare il senso di un referendum che altrimenti appare solo uno scontro incomprensibile tra costituzionalisti o peggio ancora una bega tra politici ugualmente screditati, in entrambi i casi poco efficaci per smuovere quella enorme maggioranza di “indecisi” o indifferenti.

* * *

Ma torniamo alla partecipazione italiana alla spedizione militare in Lettonia. Potrebbe suscitare l’ilarità: a che servono quattro battaglioni di mille soldati ciascuno di fronte a una Russia che, pur ridimensionata pesantemente dopo l’esplosione dell’URSS, rimane una temibile potenza militare? Al massimo possono avere il compito di provocare una qualche risposta russa, magari controproducente. Così sono state innescate non poche guerre, che apparentemente nessuno voleva…

E su questo vanno dette parole chiare a proposito della Russia: abbiamo giudicato severamente il suo atteggiamento cinico di appoggio alle menzogne del dittatore siriano Bashar al Assad, con cui tentava di giustificare la repressione di un movimento rivendicativo inizialmente democratico e non armato. Come l’URSS staliniana (che imitava i paesi imperialisti), non ha nessun criterio di classe per le alleanze, ma solo calcoli cinici di convenienza. Anche se gli sciagurati nostalgici dello stalinismo che hanno tanto esaltato Putin su questo sorvolano, si pensi ai tentativi di alleanze o comunque di tacite convergenze con la Turchia di Erdogan, con l’Egitto di al Sissi e lo stesso Stato di Israele, oltre che con l’Iran degli ayatollah. E in modo del tutto speculare agli Stati Uniti e alla Cina la Russia di Putin bolla come terroristi tutti i movimenti che non le piacciono. La ripercussioni di questo sono gravi proprio per l’immagine della Russia, ma hanno ripercussione anche su i suoi alleati “progressisti” in America Latina, alcuni dei quali hanno cominciato con analoga logica a preferire Trump ai democratici solo per qualche sua dichiarazione di simpatia per Putin. Ad esempio sull’organo che diffonde nel continente le posizioni dell’ALBA o di quel che ne rimane, è apparso un articolo sintomatico: http://www.resumenlatinoamericano.org/2016/10/16/por-que-hillary-clinton-es-mucho-peor-que-trump/

Continueremo a dissentire profondamente da questa politica oltre a tutto in prospettiva controproducente, e che impedisce anche una condanna adeguata della politica statunitense legittimando ogni intervento in paesi lontani in base a calcoli di pura opportunità (nel caso della Siria mantenervi le basi militari a prescindere dall’opinione dei siriani, ovviamente offrendo pretesti e giustificazioni al ben più ampio dispiegamento di basi degli Stati Uniti nel mondo). Ma non possiamo tacere che l’utilizzazione propagandistica statunitense degli interventi russi per recuperare alcune briciole dell’impero perduto negli anni del disfacimento dell’URSS e del suo sistema di alleanze, (come la Crimea e – almeno nelle intenzioni iniziali – le regioni più nettamente russofone e russofile dell’Ucraina) è costruita su una visione falsata della realtà russa e delle motivazioni del suo governo, largamente legate soprattutto a esigenze di politica interna, compresa quella di dirottare il malcontento per il rapido peggioramento della situazione economica. Una visione quella occidentale che nasconde l’enorme asimmetria tra le spese militari di un paese e dell’altro: gli Stati Uniti nel 2015 hanno speso 596 miliardi di dollari, contro i 66,4 miliardi della Russia, scavalcata non solo dalla Cina (215 miliardi) ma anche dall’Arabia Saudita (87,2 miliardi)…

Per condannare efficacemente le menzogne criminali e l’aggressività degli Stati Uniti, che dopo aver bombardato con i più vari pretesti mezzo mondo pretendono di imporre sanzioni a Mosca per i bombardamenti di Aleppo, bisogna saper rifiutare ogni giustificazionismo rispetto a una Russia, che ha indubbiamente responsabilità minori (o almeno più circoscritte) nel generare un clima di tensione e di accelerazione della corsa agli armamenti, ma che giustificando come gli altri con la “lotta al terrorismo” le sue ingerenze e i suoi crimini (ad Aleppo e non solo) contribuisce a legittimare quelli ben maggiori degli Stati Uniti e dei suoi alleati, Italia compresa.

A chi pensa che sia troppo duro il mio giudizio sul nostro paese, vorrei che ci ricordassimo tutte le imprese umanitarie dei “nostri ragazzi”, partendo da quelle più lontane, dal Libano alla Somalia ai Balcani,dal Medio Oriente alla Libia, ben prima di questa fase contrassegnata da velleità ben maggiori, rivelate dal numero esorbitante di F35 richiesti dalla lobby militare, e dalla asserita “necessità” di avere ben due portaerei, una in più della Cina… Solo per portare tre leader in gita a Ventotene?

 17 Ottobre 2016

dal sito Movimento Operaio

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